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Innanzitutto ringrazio Pietro che mi ha inviato un articolo di giornale con la foto di “scarricaciciri”. Pietro, quando non fa polemiche mi piaci di più. In questi momenti riesce a dare un grosso contributo alla riconquista di tanti ricordi del passato. |
| Una foto durante una fase di “Arieccome”. Roberto Zaccagnini, altrimenti detto o Zac o libraro, vive e fa vivere (bene) a Piazza Mazzini a Velletri. |
La sua libreria numero 6 è il centro nervoso della piazza, bella e storicamente importante, che acquista con la presenza in loco di tale personaggio, noto e tutto da scoprire, l’atmosfera magica del regno dell’eterna fanciullezza. Domenica 5 agosto alle ore 21 piazza Mazzini è stata chiusa al traffico e aperta ai giochi di strada, di cui Zaccagnini è esperto fautore e profondo conoscitore; come tutti i ragazzini che hanno vissuto la strada fin quando non gli è stata sottratta dal boom dell’industria automobilistica, egli si porta dentro una sorta di nostalgia per “una certa nostra civiltà perduta” di cui va almeno salvata la memoria, e di ciò si è fatto carico pubblicando con le sue Edizioni Scorpius - Collana di storia e cultura locale, il libro "I giochi di strada a Velletri", che con "Il dialetto velletrano" e "La letteratura velletrana" va a comporre un trittico che nulla vieta possa diventare una “quadrilogia” e addirittura una “pentalogia”, come da tempo va meditando l’autore. |
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| Oltre alla parte teorica dei giochi, riportata nel libro con rara abilità descrittiva e con dovizia di particolari mediante disegni tanto semplici quanto esplicativi, ‘o Zac si occupa della parte pratica organizzando manifestazioni di piazza in collaborazione con tutta quella gente che matura senza invecchiare, e che alle cicatrici riportate in giochi lontani e vicini ama aggiungere scorticature e lividi freschi di giornata per una perenne stagione di freschezza. |
Perché i giochi di una volta erano anche pericolosi, prove d’iniziazione per una vita fatta di lotte e conquiste quotidiane, in cui se ti facevi male prendevi anche il resto. Mentre diverse generazioni di donne giocavano a campana dopo averne disegnate col gesso sui sampietrini alcune versioni, un gruppo di uomini si accaniva nel gioco della nizza, detto a Velletri pisciabbastone, e mentre lanciavano col bastone rigorosamente lungo “quanto la distanza che intercorre tra la punta delle dita e il gomito” la nizza o nìzzoglia, un cilindretto di legno con le punte affilate non più lungo di dodici centimetri “sennò è troppo facile pigliarlo al volo”, le urla riecheggiavano da parete a parete come quando, decenni orsono, la piazza era casa loro. |
Intanto ‘o Zac faceva il prestigiatore tirando fuori dalla sua cassetta dei miracoli i tanti giochi costruiti a mano, sperimentati e perfezionati nel corso della vita, e come il sacerdote di una appassionante dottrina incitava la folla di adepti a cimentarsi in quelle attività ludiche ereditate nei secoli e destinate a perire sotto la mannaia del tempo se non esercitate e tramandate. Ed ecco allora Sandro Natalizi, esponente del Teatro dialettale con la sua compagnia AnimAzione Velletrana, piazzarsi col corpo robusto spalle al muro per contenere la bordata di arieccome, o uno monta la luna, mentre o Zac scandisce con crudele lentezza i secondi, minimo dieci, prima che i partecipanti delle due squadre, chi sta sotto e chi sta sopra, vadano tutti a gambe all’aria. A rubbabbandiera c’è in ballo un fazzoletto e il proprio onore di giocatore scattante, che deve appropriarsene strappandolo per primo al reggibandiera e ritornare di corsa alla linea di partenza senza farsi toccare dal giocatore della squadra avversa. E così via, in una girandola di cartoccetti sparati col cannello a una sagoma di fanciulla senza busto ma con squisite fattezze muliebri sottostanti, fra musica, voce-guida, bollenti esortazioni e coloriti improperi. Una bella serata che si porta via per qualche ora i veleni della modernità, finché il vigile verso mezzanotte benché a malincuore riapre la piazza al traffico e si torna ad essere confinati sui marciapiedi, ma restano i grandi spazi riaccesi dalla fantasia, sia pure per una domenica sera. |
Nicolò Falci |
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