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MONTEDORO
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Siamo ormai ai primi di giugno. E' primavera inoltrata, i pastori sanno che è tempo di alleggerire le proprie pecore dell'ingombrante vello. Le pecore vengono tosate non solo perché la lana viene poi venduta, ma anche perchè la lunghezza di essa può dar loro impedimento e procurare ferite impigliandosi nei rovi. Un tempo questo momento veniva fatto coincidere con il rientro delle greggi dalla transumanza, lo spostamento dai pascoli bassi a quelli di collina. E' arrivato il momento della tosatura, un evento, un rito atteso che da tempi immemorabili si ripropone ogni anno. Il tutto viene preparato con cura. Si molano le forbici, ci si adopera per imbandire il banchetto che concluderà la giornata. Si aggregano alle operazioni amici, conoscenti e i pastori delle comunità vicine, si instaura così un rapporto di mutualità. Nonostante il lavoro sia comunque faticoso, il tutto si svolge in un clima di scherzo e di festa.
Si inizia di mattina presto, prima che il sole caldo faccia sentire i suoi effetti. Si radunano le pecore da tosare nel recinto, ad una ad una vengono tirate fuori non senza fatica, vengono quindi, con un'abile e

precisa mossa, rovesciate sul dorso e tenute ferme, quindi all'animale vengono legate le zampe in modo da immobilizzarlo e poter procedere così al taglio del pelo.
Chi assiste per la prima volta a queste operazioni, non può che rimanere impressionato dalla velocità con la quale le mani esperte dei tosatori fanno schioccare le grandi forbici appuntite, e soprattutto dalla precisione del teglio della lana che rimane a terra come fosse un morbito tappeto. Finito il taglio, la pecora viene liberata e torna, un pò stranita della sua nuova condizione, tra le altre pecore. Al termine della tosatura, tutti un pò stanchi, ma molto soddisfatti e divertiti, i tosatori si avviano verso il tanto atteso e ricco banchetto, naturalmente a base di carne d'agnello e innaffiato con del buon vino rosso corposo, quasi un vero e proprio cerimoniale che chiude la giornata, durante il quale si ripropongono gli inviti per le tosature che ancora i convenuti devono praticare al loro gregge. Come già detto in precedenza, per tosare le pecore si usano delle grandi forbici ben affilate e appuntite, anche se la tecnologia ci viene incontro con le tosatrici elettriche, vorremmo fare un piccolo excursus sull'origine della forbice usata.
Il forfice
I ritrovamenti a La Tène (Neuchatel, Svizzara) di magazzini con materiali e utensili importanti sia per quantità che per qualità, appartenenti ad una popolazione gallica che sviluppò una civiltà del periodo tra il V ed il II sec. a. C., portarono alla individuazione delle prime cesoie. Poiché i romani le denotavano come forfex, ne deriva il nome italiano forfice. Il forfice (o cesoie) è costituito da un unico pezzo di ferro o di bronzo che viene piegato ad U le cui estremità sono forgiate a lame che possono incrociarsi e svolgere così la loro funzione di utensile da taglio. La parte ad U funziona come molla che "richiama" le lame, permettendo così un uso reiterato. I forfici sono simili alle
cesoie che ancora oggi usano i pastori per tosare le pecore ed i tessitori di tappeti per rasare e tagliare i fili di lana. (tratto da: www.zoomedia.it/storia/forfici.html)
Leggendo quanto sopra si può capire come mai in alcune zone della Sicilia le comuni forbici vengano ancora chiamate in dialetto fuarfici.

Nelle foto qui sotto potrete vedere alcuni momenti della tosatura dei gregge dei fratelli Salvatore e Calogero Falcone, che ringraziamo averci invitato e per averci permesso così di scattare queste foto, che più di tante parole possono rappresentare le operazioni e soprattutto il clima scherzoso con il quale si affronta il lavoro in quesata occasione.