Angelo Carlotta è, al momento, un siciliano di scoglio: una breve parentesi e un viaggio in un’altra nazione europea lo hanno convinto a tornare a Montedoro, perché ora, qui, sente il bisogno di operare, rileggere, verificare … Montedoro è per lui il punto di partenza, la base per meglio interpretare la realtà, la sua istanza esistenziale, luogo dove recuperare ciò che sfugge allo sguardo e all’attenzione, posto per evidenziare contraddizioni, riflettere e fare accadere le cose piuttosto che lamentarne la mancanza. Qui, ritiene, gli può essere offerta la possibilità di sancire un legame con la realtà e di appropriarsene. Sa già, del resto che questo paese è, da anni, laboratorio artistico e culturale, teatro di tanti eventi legati all’arte contemporanea, e quando la passione è autentica si trasmette e si creano occasioni di condivisione e confronto continuo. Così con occhio attento indaga su Montedoro e sulla sua gente e rilegge questa realtà elaborando immagini e storie di persone sorprese e sospese nella normalità del quotidiano. La vita nelle piazze, nei bar, nelle strade dove è cresciuto sono i soggetti delle sue ultime tele. La composizione è ricorrente: figure in primo piano, isolate o in gruppo, in uno spazio quasi monocromatico. Su campiture di smalto dai toni forti, emergono icone tracciate con una pittura che spesso accenna soltanto. I personaggi, mediati tra rarefazione e fisicità, dialogano con lo spettatore allo stesso modo in cui l’artista ha dialogato con essi. Alcuni frammenti, alcune scritte consentono di identificare i luoghi esatti, le vie, ma il racconto è tanto reale quanto inafferrabile e le figure danno l’impressione di emergere da fondali di luce, perdono parte della loro identità e rimandano a “non luoghi” che potrebbero trovarsi in ogni parte della nostra esistenza. La fotografia costituisce l’elemento iniziale del processo creativo di Angelo Carlotta: le immagini catturate sono selezionate, analizzate e poi tradotte in pittura, in narrazioni e in ritratti di “eroi” contemporanei immersi in atmosfere assolate-desolate dalla forte carica psicologica. L’obiettivo di Carlotta è certo rappresentare la vita, lo scorrere lento delle ore, dei giorni e delle stagioni, descrivere l’abituale con il filtro del sentimento e della memoria, ma un confine impercettibile allontana le figure dalla realtà, le trasforma e le confonde. Lo spazio urbano diventa indecifrabile (a volte potrebbe trattarsi di Central Park o di una qualsiasi periferia), lo scarto tra racconto ed evocazione si fa labile. È come se la narrazione fatta di individui nella loro singolarità, nei loro luoghi di aggregazione, invitasse a un momento di pausa, un momento di vuoto chiedendo allo spettatore-fruitore di ricostruire la storia, attivare il racconto e completarlo, aprendo infinite possibilità di lettura. |